Ipertensione arteriosa: valori, cause, sintomi e cura
14 Settembre 2026
Articolo redatto da: Doctorium e revisionato da: Dott. Domenico Miceli.
Come riconoscere la pressione alta, quali valori tenere sotto controllo e quando parlarne con il medico
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Dott. Domenico Miceli
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Cos’è l’ipertensione arteriosa
L’ipertensione arteriosa è una condizione medica in cui la pressione del sangue nelle arterie resta stabilmente sopra i valori considerati normali, generalmente quando la sistolica raggiunge o supera i 140 mmHg e la diastolica i 90 mmHg.
Essa è il risultato dello squilibrio tra la quantità di sangue pompata dal cuore e la resistenza opposta dai vasi sanguigni al passaggio del flusso. Quando questa resistenza aumenta, per esempio a causa di arterie più rigide o più strette, il cuore deve lavorare con maggiore intensità per garantire l’irrorazione di organi e tessuti.
Nel tempo, questo sforzo aggiuntivo danneggia le pareti arteriose e può compromettere cuore, reni, cervello e retina.
La pressione arteriosa si esprime sempre con due numeri di massima e minima:
- la pressione sistolica (la “massima”), generata dalla contrazione del cuore che spinge il sangue nell’aorta;
- la pressione diastolica (la “minima”), registrata durante il rilassamento del muscolo cardiaco tra un battito e l’altro.
Un valore come 130/85 mmHg si legge quindi come 130 di sistolica e 85 di diastolica. La differenza tra i due numeri, chiamata pressione differenziale, è un indicatore aggiuntivo della rigidità delle arterie e tende ad aumentare con l’età, soprattutto dopo i 60 anni.
In Italia riguarda una parte molto ampia della popolazione adulta: secondo i dati preliminari dell’indagine Italian Health Examination Survey (ITA-HES) 2023-2025 dell’Istituto Superiore di Sanità, il 37% degli uomini e il 23% delle donne tra i 35 e i 74 anni presenta valori pari o superiori a 140/90 mmHg, spesso senza saperlo.
Quali sono i valori della pressione arteriosa
Non esiste una soglia di pressione valida in senso assoluto per ogni persona: il rischio cardiovascolare cresce in modo progressivo già a partire da valori considerati normali, senza un limite netto sotto il quale si è completamente al sicuro. Per motivi pratici, però, la comunità scientifica ha definito categorie di riferimento che permettono di orientare diagnosi e trattamento.
La classificazione adottata dalla Società Europea dell’Ipertensione e ripresa anche dalla Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA) è la seguente:
| Categoria | Sistolica (mmHg) | Diastolica (mmHg) |
| Ottimale | inferiore a 120 | e inferiore a 80 |
| Normale | 120-129 | e/o 80-84 |
| Normale-alta | 130-139 | e/o 85-89 |
| Ipertensione di grado 1 | 140-159 | e/o 90-99 |
| Ipertensione di grado 2 | 160-179 | e/o 100-109 |
| Ipertensione di grado 3 | 180 o superiore | e/o 110 o superiore |
| Ipertensione sistolica isolata | 140 o superiore | e inferiore a 90 |
Un valore di 140/90 mmHg si colloca quindi già nella soglia dell’ipertensione di grado 1. Quando la sistolica e la diastolica ricadono in categorie diverse, la classificazione segue sempre il valore più alto tra i due.
Le linee guida statunitensi dell’American College of Cardiology utilizzano una terminologia leggermente diversa, con una soglia più bassa per l’ipertensione di stadio 1 (130-139/80-89 mmHg) e di stadio 2 (140/90 mmHg o superiore).
Le linee guida europee, seguite in Italia, mantengono invece i 140/90 mmHg come soglia per l’ipertensione di grado 1.
Questa differenza terminologica spiega perché online si trovano talvolta indicazioni non coincidenti sugli stessi valori.
Non esiste un valore di pressione “giusto” identico per ogni età, la pressione ottimale resta un riferimento valido per la maggior parte degli adulti, ma nelle persone anziane un modesto rialzo della sistolica è frequente per la naturale rigidità delle arterie, e i target terapeutici vengono personalizzati dal medico anche in base a fragilità e patologie associate.
Come si misura correttamente la pressione
Una misurazione affidabile richiede alcune condizioni: cinque minuti di riposo prima della rilevazione, schiena appoggiata, braccio sostenuto all’altezza del cuore, bracciale della misura corretta e assenza di attività fisica, fumo o caffeina nella mezz’ora precedente.
La diagnosi di ipertensione non si basa mai su una singola misurazione, ma su più rilevazioni ripetute in occasioni diverse, spesso integrate da un monitoraggio delle 24 ore (Holter pressorio) o da automisurazioni domiciliari regolari.
Ipertensione da camice bianco e ipertensione mascherata
Queste due situazioni meritano particolare attenzione perché potrebbero generare diagnosi errate:
- L’ipertensione da camice bianco si verifica quando i valori risultano elevati solo in ambulatorio, per lo stress legato alla visita medica, mentre a casa restano normali.
- L’ipertensione mascherata è il fenomeno opposto: la pressione misurata dal medico appare normale, ma a domicilio o nelle attività quotidiane risulta costantemente alta, con un rischio cardiovascolare paragonabile a quello dell’ipertensione conclamata.
In entrambi i casi, l’automisurazione domiciliare o il monitoraggio delle 24 ore permettono di chiarire il quadro reale.
Quali sono i sintomi dell’ipertensione
Nella maggior parte dei casi l’ipertensione arteriosa non provoca alcun disturbo percepibile, anche quando i valori sono elevati da anni.
È per questo motivo che viene definita da tempo “killer silenzioso“: l’organismo si adatta progressivamente a valori pressori più alti senza inviare segnali evidenti, e molte persone scoprono di essere ipertese solo durante un controllo di routine o in occasione di un evento cardiovascolare acuto.
Quando compaiono, i sintomi restano comunque aspecifici e comuni anche nella popolazione normotesa, motivo per cui non vanno usati da soli per stabilire una diagnosi. Tra i più riferiti:
- mal di testa, in particolare al risveglio;
- vertigini e stordimento;
- ronzii nelle orecchie (acufeni);
- palpitazioni;
- disturbi visivi transitori, come puntini luminosi o visione offuscata;
- sanguinamento dal naso (epistassi);
- affaticamento immotivato.
Questi segnali diventano un campanello d’allarme concreto solo quando compaiono insieme a valori pressori molto elevati, oppure quando si presentano in forma improvvisa e intensa: in quel caso la causa può essere una crisi ipertensiva vera e propria, descritta più avanti.
Quali sono le cause della pressione alta
Le cause dell’ipertensione arteriosa si dividono in due grandi categorie, con un peso molto diverso in termini numerici.
Ipertensione primaria (essenziale)
Riguarda circa l’85-95% dei casi, a seconda delle fonti e della popolazione considerata.
In questa forma non esiste un’unica causa identificabile: i valori elevati derivano dall’interazione di più fattori, tra cui predisposizione genetica, invecchiamento dei vasi sanguigni, abitudini alimentari, peso corporeo e livelli di attività fisica.
L’ipertensione essenziale tende a svilupparsi gradualmente nel corso degli anni e rappresenta la forma più comune in età adulta.
Ipertensione secondaria
Interessa una quota minoritaria di pazienti, in genere tra il 5% e il 15% del totale, ma è importante da riconoscere perché in molti casi è reversibile trattando la condizione di base. Le cause più frequenti includono:
- malattie renali, comprese la stenosi dell’arteria renale (spesso indicata come ipertensione nefrovascolare) e le patologie che riducono la funzionalità dei reni;
- disturbi ormonali, come iperaldosteronismo, ipertiroidismo e sindrome di Cushing;
- apnea ostruttiva del sonno, che può contribuire in modo significativo ai rialzi pressori notturni;
- uso di alcune sostanze o farmaci, tra cui liquirizia in eccesso, decongestionanti nasali, contraccettivi orali, corticosteroidi e farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans: leggi qui per saperne di più);
- malformazioni congenite dei vasi, come la coartazione aortica.
L’ipertensione secondaria tende a manifestarsi con valori più alti e più difficili da controllare rispetto alla forma primaria, e colpisce più spesso soggetti giovani.
I fattori di rischio modificabili e non modificabili
Alcuni fattori predisponenti non sono modificabili: età, familiarità e sesso, con un’insorgenza generalmente più precoce negli uomini e più tardiva nelle donne, spesso legata ai cambiamenti ormonali della menopausa.
Altri fattori, invece, sono modificabili con lo stile di vita:
- sovrappeso e obesità;
- eccesso di sodio e scarso apporto di potassio nella dieta;
- sedentarietà;
- fumo di sigaretta;
- consumo eccessivo di alcol;
- stress cronico;
- presenza di diabete mellito di tipo 2 e livelli elevati di colesterolo LDL, che aggravano il quadro cardiovascolare complessivo insieme alla pressione alta.
Le forme particolari di ipertensione
Oltre alla distinzione tra primaria e secondaria, esistono varianti cliniche definite in base al momento della giornata in cui si manifestano, al contesto o alla risposta alla terapia.
| Forma | Caratteristica principale |
| Ipertensione da camice bianco | Valori alti solo in ambulatorio, normali a domicilio |
| Ipertensione mascherata | Valori normali in ambulatorio, alti nella vita quotidiana |
| Ipertensione notturna (non-dipper) | La pressione non si riduce fisiologicamente durante il sonno |
| Ipertensione mattutina | Rialzo pressorio marcato nelle prime ore dopo il risveglio |
| Ipertensione ortostatica | Aumento della pressione nel passaggio dalla posizione sdraiata a quella eretta |
| Ipertensione da stress | Rialzo temporaneo legato a tensione emotiva o fisica acuta |
| Ipertensione resistente | Pressione non controllata nonostante l’uso di almeno tre farmaci di classi diverse a dosaggio adeguato |
Nella persona sana, la pressione dovrebbe fisiologicamente scendere del 10-20% durante il sonno rispetto ai valori diurni. Quando questo calo non avviene, si parla di profilo “non-dipper”, una condizione associata a un rischio cardiovascolare maggiore e spesso legata a apnee notturne, malattia renale cronica o diabete.
Ipertensione in gravidanza e nel post partum
In gravidanza si distinguono diverse situazioni cliniche:
- L’ipertensione gestazionale compare dopo la ventesima settimana in donne precedentemente normotese, senza altri segni di preeclampsia, e generalmente si risolve entro le prime settimane dopo il parto. Quando ai valori elevati si associano proteinuria o segni di sofferenza d’organo, il quadro cambia sostanzialmente e richiede una gestione specialistica più stretta, perché può evolvere in preeclampsia.
- L’ipertensione post partum indica invece la persistenza o la comparsa di valori elevati nelle settimane successive al parto, una condizione che merita comunque un controllo medico anche quando la gravidanza si è conclusa senza complicazioni.
In gravidanza, i valori soglia utilizzati per la diagnosi restano generalmente gli stessi dell’adulto (140/90 mmHg), ma il monitoraggio è più ravvicinato per la rapidità con cui la situazione può cambiare, e ogni decisione terapeutica viene presa dal ginecologo insieme al cardiologo, evitando farmaci controindicati in gravidanza.
Il legame tra freddo e pressione arteriosa
Con l’abbassarsi delle temperature, molte persone notano un aumento dei propri valori pressori. Come mai?
Il meccanismo è fisiologico: il freddo attiva la vasocostrizione periferica, cioè il restringimento dei vasi sanguigni superficiali, un adattamento naturale che serve a limitare la dispersione di calore corporeo. Con vasi più stretti, il cuore incontra una resistenza maggiore e deve lavorare con più intensità, con un conseguente rialzo della pressione arteriosa.
A questo si aggiunge, nei mesi invernali, un lieve aumento della viscosità del sangue.
In chi soffre già di ipertensione o ha altri fattori di rischio cardiovascolare, il freddo può rendere più difficile il controllo dei valori e aumentare il rischio di eventi acuti, soprattutto in caso di sbalzi termici improvvisi, per esempio passando da un ambiente riscaldato al freddo esterno.
Per questo motivo, nei mesi invernali è utile intensificare l’automisurazione della pressione, proteggersi adeguatamente dal freddo e discutere con il medico eventuali adattamenti della terapia, senza modificarla in autonomia.
Quando la pressione alta diventa un’emergenza
Un aumento occasionale della pressione non richiede quasi mai un intervento immediato ma la situazione cambia quando i valori superano soglie molto elevate, generalmente fissate a 180 mmHg di sistolica e/o 120 mmHg di diastolica.
In questi casi si distinguono due scenari:
- urgenza ipertensiva: valori estremamente alti ma senza segni evidenti di danno acuto agli organi, spesso gestibile con una rivalutazione ravvicinata e un adeguamento della terapia sotto controllo medico;
- emergenza ipertensiva (crisi ipertensiva): agli stessi valori si associano segni di danno progressivo a carico di cervello, cuore o reni, con sintomi come dolore toracico, difficoltà respiratoria, mal di testa violento e improvviso, confusione mentale o disturbi della vista. In questo caso è necessario chiamare il 112 o recarsi immediatamente al pronto soccorso, perché il rischio di infarto o ictus è concreto e immediato (per riconoscere i segnali di allarme può essere utile consultare anche la scheda sui sintomi dell’infarto).
Al di fuori di questi scenari acuti, un valore isolato leggermente sopra la norma, misurato per esempio dopo uno sforzo o un momento di tensione, non giustifica allarme: la misurazione va semplicemente ripetuta a riposo, e se restano alti per più giorni consecutivi è opportuno segnalarlo al medico curante.
Come si cura l’ipertensione arteriosa
Il trattamento dell’ipertensione arteriosa poggia su due pilastri che agiscono in parallelo: i cambiamenti nello stile di vita e, quando necessario, la terapia farmacologica. Nelle forme lievi e in assenza di altri fattori di rischio, il medico può inizialmente proporre solo interventi sullo stile di vita, con una rivalutazione dopo alcuni mesi.
I farmaci antipertensivi
Quando la modifica delle abitudini non è sufficiente, o quando il rischio cardiovascolare complessivo è già elevato, si ricorre a una o più classi di farmaci, spesso in combinazione:
- ACE-inibitori e sartani (antagonisti del recettore dell’angiotensina II), che agiscono sul sistema renina-angiotensina-aldosterone;
- calcio-antagonisti, che favoriscono la vasodilatazione;
- diuretici, che riducono il volume di liquidi in circolo;
- beta-bloccanti, che agiscono sulla frequenza e sulla forza di contrazione cardiaca.
La scelta del farmaco o della combinazione è sempre personalizzata dal medico in base a età, altre patologie presenti, effetti collaterali attesi e risposta individuale. Una terapia antipertensiva è generalmente cronica: va assunta con continuità, e un’eventuale aggiunta o modifica dei farmaci nel tempo non indica un aggravamento della malattia, ma un normale adattamento del trattamento.
Alimentazione, sale e caffè
Uno stile di vita sano sarebbe consigliato, perché l’alimentazione incide in modo diretto sui valori pressori.
Le indicazioni più solide riguardano:
- la riduzione del sodio (il sale da cucina, per intenderci), mantenendo l’apporto quotidiano di sale sotto i 5 grammi (circa un cucchiaino), prestando attenzione anche al sodio “nascosto” in prodotti confezionati, dadi da brodo, salumi e formaggi stagionati;
- un adeguato apporto di potassio attraverso frutta, verdura, legumi e frutta secca, utile a bilanciare gli effetti del sodio (in caso di necessità, il medico può valutare anche l’opportunità di integratori di magnesio e potassio, da assumere sempre sotto controllo, soprattutto se si è già in terapia antipertensiva);
- la riduzione dei grassi saturi a favore dell’olio extravergine di oliva;
- un consumo di alcol contenuto.
Sul caffè, le evidenze indicano un effetto pressorio acuto e transitorio legato alla caffeina, più marcato in chi non ne fa un consumo abituale. Per questo motivo le misurazioni della pressione andrebbero effettuate a distanza di almeno trenta minuti da un caffè. Un consumo moderato e regolare non è generalmente associato a un aumento stabile della pressione nella popolazione generale, ma la sensibilità individuale può variare, ed è un aspetto da discutere con il medico in caso di valori difficili da controllare.
Riguardo ai cosiddetti rimedi naturali, alcuni studi hanno indagato il possibile effetto ipotensivo di specifiche piante e composti, ma le evidenze restano meno solide rispetto a quelle su dieta, sodio e attività fisica, e alcuni prodotti da banco possono interagire con i farmaci antipertensivi.
Prima di assumere qualsiasi supplemento è sempre opportuno un confronto con il medico, in particolare per chi è già in trattamento farmacologico.
Attività fisica e altri cambiamenti nello stile di vita
Sappiamo bene che fare attività fisica fa bene a corpo e mente, e anche nel caso dell’ipertensione l’attività fisica aerobica regolare, come camminata a passo sostenuto, nuoto o ciclismo per almeno 150 minuti a settimana, riduce i valori pressori e migliora la funzione cardiaca.
A questa si affiancano l’abolizione del fumo, il controllo del peso corporeo e la gestione dello stress attraverso tecniche di rilassamento, respirazione o attività che favoriscono il riposo. Anche un sonno di qualità e di durata adeguata contribuisce al controllo della pressione, mentre la sua carenza cronica è stata associata a un peggioramento dei valori pressori.
Questi interventi, oltre a incidere sulla pressione, rientrano più in generale in una strategia di prevenzione cardiovascolare che riduce anche il rischio legato a colesterolo, diabete e obesità.
Esenzione ticket e invalidità civile per ipertensione arteriosa
In Italia l’ipertensione arteriosa dà diritto, in presenza dei requisiti clinici, all’esenzione dal ticket sanitario per le prestazioni collegate al monitoraggio e alla cura della patologia. Il vecchio codice 031 non è più valido da tempo ed è stato sostituito da due codici distinti:
- 0A31, per l’ipertensione arteriosa senza danno d’organo;
- 0031, per l’ipertensione arteriosa con danno d’organo (cardiaco, renale, oculare o cerebrovascolare).
L’assegnazione del codice corretto spetta al medico, sulla base della documentazione clinica, e va richiesta presso l’ASL di competenza o tramite i servizi di esenzione per patologia dedicati agli specialisti.
Per quanto riguarda l’invalidità civile, l’ipertensione arteriosa non corrisponde a una percentuale fissa e uguale per tutti:
la Commissione medica dell’INPS valuta caso per caso, considerando il grado di controllo pressorio raggiunto con la terapia e soprattutto la presenza di eventuali danni d’organo, come cardiopatia ipertensiva, insufficienza renale o esiti di eventi cerebrovascolari.
Un’ipertensione ben controllata e priva di complicanze comporta in genere un impatto valutativo limitato; un quadro con complicanze conclamate può invece raggiungere percentuali più significative, fino alle soglie generali del sistema italiano di invalidità civile (46% per l’iscrizione alle categorie protette, 74% per l’accesso all’assegno mensile).
La richiesta si avvia con un certificato medico introduttivo, seguito dalla domanda all’INPS e dalla visita davanti alla Commissione.
Sul piano della classificazione internazionale delle malattie, l’ipertensione arteriosa essenziale corrisponde al codice ICD-9 401 e al codice ICD-10 I10, mentre le forme secondarie sono classificate rispettivamente come 405 e I15.
Hai bisogno di un parere su questa condizione?
Dott. Domenico Miceli
30 minuti - 100 € 50 anni di esperienza Area di Cardiologia Richiedi una televisita con: Dott. Domenico MiceliGarantito in 24 ore! Con questo specialista o un suo collega.
Bibliografia
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2023 ESH Guidelines for the management of arterial hypertension
Journal of Hypertension
World Health Organization (2023)
Global report on hypertension: the race against a silent killer
World Health Organization, Geneva
Istituto Superiore di Sanità, Progetto CUORE (2026)
Giornata mondiale dell’ipertensione 2026, dati preliminari Italian Health Examination Survey (ITA-HES) 2023-2025
Istituto Superiore di Sanità
Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, SIIA (2024)
Ipertensione arteriosa: cosa è? Classificazione secondo la Società Europea dell’Ipertensione
European Renal Association, ERA (2024)
A European Renal Association (ERA) synopsis for nephrology practice of the 2023 European Society of Hypertension (ESH) Guidelines for the Management of Arterial Hypertension
PubMed Central
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