Disturbi dell’umore: dalla teoria antica alla psicopatologia moderna
4 Febbraio 2026
Premessa sui disturbi dell’umore
Dott. Giuseppe Lago
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Quando si parla di disturbi dell’umore occorre sottolineare che per definizione ciò che chiamiamo umore è l’insieme delle manifestazioni emotive e affettive della nostra vita mentale. Umore è una parola antica che risale a Ippocrate, un medico dell’antichità vissuto circa cinque secoli prima di Cristo.
Per Ippocrate gli umori sono quattro (bile gialla, bile nera, flegma e sangue) e dalla loro armonia dipende secondo lui l’equilibrio psicofisico della persona.
Per definizione l’umore è oscillante e non potrebbe essere diversamente se prendiamo atto che la vita emotiva conosce i moti ondosi come l’acqua del mare.
Areteo di Cappadocia, altro medico dell’età classica, definisce l’equilibrio umorale come eutimia, cioè un punto di arrivo e non di partenza della condizione umana. Areteo è il primo medico (II sec. d.c.) a mettere in evidenza l’alternanza della Melanconia (bile nera) e della Mania (bile gialla). Inoltre, Areteo considera la mania un peggioramento della malinconia e non un opposto come comunemente s’intende.
Il disturbo bipolare e la depressione come patologia di fondo
Partendo da Areteo, quindi, possiamo dire che quando un paziente entra in fase maniacale sta tentando, in modo completamente patologico, di “correggere” il vissuto depressivo. Tra l’altro questa è anche la lettura della psicoanalisi, cioè che l’eccitamento maniacale sia un meccanismo di difesa inutile e una negazione della depressione.
Questo vale per ciò che oggi definiamo Disturbo bipolare, anche se l’esordio di questa grave patologia mentale (di area psicotica) è (nel tipo I) sempre una crisi maniacale.
In realtà, come sosteneva Areteo, la patologia di fondo è la depressione. Ciò si accorda con le ipotesi psicobiologiche che parlano di una diatesi depressiva con matrici costituzionali, e in qualche caso ereditarie, per ciò che riguarda la vulnerabilità del Sistema Nervoso Centrale.
Eutimia e ciclotimia: oscillazioni normali e patologiche
Tornando al tema della Ciclotimia, dobbiamo necessariamente distinguere un’oscillazione normale (eutimia) del cosiddetto tono dell’umore e un’oscillazione patologica (ciclotimia) come esposto di seguito. Una volta escluso il disturbo bipolare, in quanto situazione complessa che si pone fuori dal continuum sanità/malattia che parte dall’eutimia e si conclude con la ciclotimia, possiamo andare a comprendere la differenza tra oscillazione del tono dell’umore normale e patologica.
Depressione clinica vs taedium vitae
Se quindi la depressione è il vero disturbo fondamentale che dà luogo all’alternanza dei cicli umorali e l’eccitamento maniacale è il tentativo fallito di superare lo stato depressivo (anche dal punto di vista psicobiologico), dobbiamo chiarire che cosa è depressione e cosa non lo è.
Dobbiamo fare questo per evitare di chiamare depressione qualcosa che ogni essere umano prima o poi conosce e prova nella vita, cioè il mal di vivere o taedium vitae ossia la cosiddetta depressione esistenziale (Lalli, 2008). Sappiamo che molti artisti e poeti hanno cercato di descrivere lo stato d’animo di questa tristezza esistenziale, spesso chiamata spleen (ad es. Baudelaire).
Ebbene, la caratteristica di tale disturbo è la sua stessa evanescenza e la possibilità di permanere e accompagnare la vita di coloro che vivono questa dimensione, senza rappresentare una patologia che, come ad es. il disturbo depressivo maggiore (DSM-5), possa evolvere in forme più gravi col rischio di blocco psicomotorio o col rischio suicidario, sempre presente nelle statistiche come minaccia quoad vitam.
Il taedium vitae, lo spleen quindi si possono annidare nella vita di tutti noi senza condurci in alcun modo nella patologia grave, convivendo al nostro interno come una tonalità umorale che spesso si fonde col carattere (anche nel caso in cui il soggetto nasconda la depressione esistenziale dietro una maschera ipomaniacale).
Il disturbo del pensiero come elemento patognomonico
Altra cosa è il disturbo depressivo, il quale necessita di un passaggio fondamentale che lo separi in modo categoriale dal semplice mal di vivere.
Intendo riferirmi al disturbo del pensiero (Lago, 2024), la presenza del quale diventa patognomonica e contribuisce a separare la depressione, in quanto disturbo, dalle altre oscillazioni del tono dell’umore, rientranti in qualche modo nei processi emotivo-affettivi che caratterizzano una personalità non patologica.
Senza una visione integrata (mente/corpo; fisico/mentale; neurofisiologico/psicologico; emisfero sinistro/emisfero destro), la depressione rimane un fenomeno clinico la cui natura è quella di non differenziarsi da una modalità esistenziale degli esseri umani, conosciuta all’inizio del mondo ma sostanzialmente considerata come un malessere inevitabile.
Tematiche depressive, come l’angoscia della perdita, , dell’abbandono, della morte l’incertezza del futuro, il senso di colpa, portano a una sovrapposizione tra il cosiddetto mal di vivere o taedium vitae e il vero e proprio disturbo clinico (Lalli, cit.).
Per non rimanere in questa area indistinta, separare la depressione dal taedium vitae diventa un momento necessario. Dobbiamo procedere nella comprensione e valutazione di un disturbo come la depressione, sapendo che non può essere semplicemente collocato in un continuum privo di cesure, tra la dimensione umana esistenziale e quella patologica, o considerato solo un incremento di aspetti presenti comunque nella condizione normale.
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La triade di Beck: tre modelli cognitivi della depressione
A questo proposito, può essere utile il ricorso alla cosiddetta triade di Beck (1967), ossia allo studio della compresenza di tre modelli cognitivi principali, riscontrabili in tutti i disturbi depressivi.
- Il primo elemento della triade consiste nel modello di interpretazione negativa delle esperienze, ossia un’attitudine ad interpretare in termini di sconfitta, privazione o denigrazione ogni evento o dinamica con l’ambiente. Il depresso parte anche da piccoli episodi traumatici della sua vita per concludere con la solita catastrofica disamina.
- Il secondo elemento della triade consiste in un’autosvalutazione costante che inquadra una visione totalmente fallimentare di sé, attribuendosi difetti fisici e morali strutturali e incorreggibili, finendo per condannarsi alla luce di risultati mancati.
- Il terzo elemento della triade è una sorta di disperazione procedurale, per la quale il depresso ritiene inutile collocare nel futuro qualsivoglia aspettativa di miglioramento o svolta positiva. Anzi, il futuro costituisce una condanna a vedersi ancora per molti anni sottoposto a sofferenze e perdite, per cui in questi casi la morte assume una valenza liberatoria (Beck, cit.).
Primo elemento: la visione negativa del mondo
Nella prima componente della triade, osserviamo la visione negativa del mondo. Si tratta di una chiara proiezione nichilistica, frutto del narcisismo depressivo, che tende a selezionare tutto ciò che è negativo nell’esperienza del soggetto, facendolo risultare l’unica realtà oggettiva.
E’ uno sguardo continuo al bicchiere mezzo vuoto, svalutando completamente la metà piena, considerata superflua o inutile. Il soggetto sembra vivere per prendere atto di quanto la vita stessa sia un percorso doloroso e insostenibile, tanto da farne desiderare la rapida conclusione. La fine della vita viene accarezzata e coltivata come l’unica speranza credibile, approfittando della sua ineluttabilità.
Quando il depresso è ad alto funzionamento, potrà costituire sistemi filosofici o politico-culturali confacenti alla sua grave distorsione del pensiero. Le eventuali credenze religiose forniranno, ai meno razionali tra i depressi, sistemi in sintonia con la visione negativa del mondo.
Secondo elemento: la visione negativa di sé
Nella seconda componente della triade, osserviamo la visione negativa di sé. Siamo nel cuore della mancanza di autostima. Solo un completo ridimensionamento cognitivo, totalmente privo di colpevolizzazione, potrebbe permettere l’uscita del soggetto da questa collocazione masochista, nella quale si avvolge senza sosta.
L’aggressione continua ai danni di sé, anche per via di inopportune interpretazioni colpevolizzanti, finisce per avere qualche ruolo in passaggi all’atto suicidari, che confermano l’autocondanna del soggetto.
Terzo elemento: la visione negativa del futuro
Nella terza componente della triade, osserviamo la visione negativa del futuro.
Si tratta del massimo livello di distorsione del pensiero. Si direbbe l’uccisione della speranza che è l’ultima a morire. Il pensiero negativo del depresso diventa qui onnipotente. Finché prendeva atto del bicchiere mezzo vuoto, si limitava a delle constatazioni.
Ora invece prevede sventure, anticipa le catastrofi come ineluttabili. Il soggetto toglie a se stesso la speranza come lo fa con gli altri. Tipico esempio il suicidio/omicidio di padri o madri di famiglia, i quali non esitano a togliere la vita anche ai loro figli, spesso piccoli e con tutta la vita davanti. Alla ovvia considerazione di vedere nei figli nient’altro che parti di sé, si aggiunge la rigida e irriducibile convinzione (delirante) che i loro figli non possono avere un futuro.
Solo l’idea che rimanga in vita qualcuno a cui tenere, potrebbe fermare la mano del suicida/pluriomicida depresso. Invece, non tenendo alla propria vita, il depresso delirante include nella sua autodistruzione persone significative ma anche estranei innocenti (come nei suicidi di coloro che guidano mezzi di trasporto o dai quali comunque dipende la vita di altre persone). Tuttavia, esistono forme più sfumate dove un pessimismo cosmico e aspecifico prende il posto di atti distruttivi più manifesti. E’ così che i depressi non uccidono fisicamente ma lo fanno sul piano affettivo ed emotivo, provando a togliere agli altri che li circondano la gioia di vivere.
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Bibliografia
- Beck A.T. (1967), La depressione. Boringhieri, Torino 1978.
- Lago G. (2024), Psicopatologia e Psicoterapia, Alpes Italia, Roma.
- Lalli N. (2008), Dal mal di vivere alla depressione. Ma.gi, Roma.
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