Alessitimia: la difficoltà di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni

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Alessitimia: la difficoltà di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni

 

Dott. Mario Bianchini

ALESSITIMIA O DELLE TRAME PERDUTE “Gli uomini periscono perché non sanno congiungere il principio alla fine” Alcmeone di Crotone

Alessi……cosa?

Coniato da P.Sifneos nel 1973, il termine rimanda ad una incapacità, una difficoltà a vivere, identificare e comunicare le emozioni (alpha=privativo, lexis=linguaggio, thymos=emozioni).

E’ soprattutto grazie al rinnovato interesse per le cosiddette malattie psicosomatiche, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, che il fenomeno è stato progressivamente focalizzato e rivisitato, in particolare concentrando l’attenzione su certe ambigue diagnosi mediche mediche di “ulcere idiopatiche”, “emicranie sine materia”, “gastriti funzionali”, ovvero tutte quelle diagnosi di fronte alle quali, dopo lunghe e spesso costose, ripetute indagini ed analisi, il Medico si rassegnava ad indicare nello stress, in situazioni esistenziali non meglio identificate, nello stile di vita, nelle abitudini alimentari ecc. il responsabile del nostro disagio e dei nostri sintomi.

Pandemia silente o metafora dei tempi?

Secondo il gruppo di Toronto del Dott. G.Taylor, la massima autorità in tema, l’Alessitimia è il terreno comune ad una svariata, molteplice e sfaccettata gamma di disagi e disturbi. Infatti: “Tagliando il grafico dei tassi di prevalenza al 40% di frequenza di alessitimici positivi, emergono nettamente due gruppi. Al di sotto del 40% ci sono disturbi nevrotici (fobici, OC, sessuali) e psicosomatici classici (disturbi cardiovascolari, artrite reumatoide, colite ulcerosa, neurodermatiti).

Al di sopra troviamo invece disturbi psichiatrici (depressione maggiore, tentato suicidio, abuso sessuale, stress da trauma, alimentazione compulsiva, disturbi dissociativi,disturbo da panico) e somatici (cancro utero, dolore cronico, ipertensione, disturbi gastrointestinali, ipocondriaci), ossia disturbi accomunati dalla difficoltà individuale di regolare gli affetti mediante strutture cognitive o funzioni di mentalizzazione”.

E’ come se il nostro tempo ci avesse messi di fronte ad un conflitto senza uscita; da un lato miliardi di informazioni e stimoli disponibili (spesso non per scelta), dall’altro l’assenza di parole per descriverne l’implosione nella nostra anima. L’Alessitimia sembra dunque un segno del nostro tempo; quasi che avessimo lasciato al disagio, alla malattia, al dolore il compito di esprimere ciò che per lungo tempo abbiamo riconosciuto, comunicato e condiviso attraverso le parole, i gesti, i comportamenti.

L’alessitimia e la medicina di base

L’interesse per l’Alessitimia è legato principalmente all’aspetto preventivo sempre più importante in Medicina di Base; in primo luogo per i problemi che questo profilo può innescare nella relazione con il Medico (e le equipe curante in generale) dall’altro per la sua capacità di favorire comportamenti disfunzionali/a rischio rispetto alle prescrizioni del Medico e dell’equipe curante medesimi.

Ad un recente convegno FADOI (Federazione Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti) il Dott. Dario Manfellotto, Dirigente del Centro dell’Ipertensione dell’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma, ha riportato, oltre ai dati sul rapporto Alessitimia-Ipertensione, quelli sulla diffusione di questo fenomeno nella popolazione italiana e sulle possibili conseguenze a carico della salute di un disconoscimento dello stesso: “L’alessitimia e’ presente nel 55% dei pazienti colpiti da ipertensione, con una percentuale che cresce con l’aumento della pressione arteriosa. Ma a soffrire di questo disturbo e’ anche il 33% dei malati psichiatrici. Considerando la popolazione italiana nella sua totalita’, il dato piu’ preoccupante e’ che l’alessitimia interessa 16 persone su cento….. questa malattia crea grandi problemi nei pazienti che non riescono a spiegare al medico i loro disturbi e quindi cominciano le terapie piu’ tardi. I soggetti con alessitimia vedono aumentato il rischio di conseguenze anche gravi. Uno studio americano ha evidenziato che un soggetto con alessitimia colpito da infarto chiede aiuto piu’ tardi rischiando maggiormente la vita.

L’identikit del soggetto alessitimico

Riprendendo il discorso apertosi con lo scorso articolo, va innanzitutto chiarito come, oggi, sappiamo che l’Alessitimia non consista tanto in una “malattia” ma piuttosto costituisca una dimensione di personalità. Si tratta quindi di un vero e proprio modo di essere, purtroppo sempre più diffuso a causa di processi che non potremo sintetizzare qui, ma certamente anche collegati alla nostra evoluzione sociale, storica ed economica.

Ho scritto altrove che l’Alessitimia appare quasi un segno dei tempi, una prova di una certa qual involuzione delle nostre principali caratteristiche umane, in primis quelle relazionali e comunicative. Vediamone alcune

La povertà immaginale. Nella mia formazione ed attività di Psicosomatista ho potuto accertare come il “racconto” dei pazienti si sia andato restringendo sempre di più, il vocabolario della sofferenza inaridendo, riassumendosi quasi esclusivamente nella richiesta di conoscere tempi, modi e costi della “guarigione”.

L’Alessitimia comprime le abilità del soggetto di “narrare” non solo la sofferenza ma anche le vicende esistenziali, le loro caratteristiche salienti restringendole ad un insieme spesso confuso di fatti, date, sensazioni. Manca spesso il filo rosso capace di congiungere tra loro questi elementi in un insieme coerente, personale, vivo.

Il conformismo sociale. L’Alessitimico può apparire uno “yes man”. La persona vive in una sorta di dimensione impersonale le proprie vicende, quasi accadessero ad un altro. “Si è sempre fatto così” appare una sorta di regola di vita implicita, spesso inconsapevole della possibilità di dare alla propria vicenda una nota personale, una coloritura soggettiva. Può quindi dare l’impressione di essere una persona estremamente adattabile, priva di reazioni personali, idiosincrasie, peculiarità.

Emozioni e sensazioni; Nessuna differenza. L’Alessitimia rende estremamente complicato distinguere un vissuto emotivo da una sensazione. Pur essendo un elemento essenzialmente biologico, l’emozione si distingue dalla semplice “sensazione fisica” implicando conseguenze psicologiche che emergono grazie alla memoria che la lega ad
altre emozioni simili, all’immaginazione che la arricchisce facendone il pretesto per un racconto e a volte un dialogo (interiore o meno).

Il soggetto alessitimico appare del tutto o quasi incapace di testimoniare tale differenza.

Descrivere le emozioni; come scalare l’Everest. Identificare un’emozione di rabbia, distinguendola dall’ira piuttosto che da una semplice irritazione appare un compito improbo se non impossibile o addirittura assurdo. Ma anche separare, differenziare un’emozione di tristezza da altre emozioni è, per l’alessitimico, affare assai complicato. Tutto appare confondersi, annullarsi in una nebbia indistinta che il soggetto spera di poter diradare con l’azione.

Frequentissima conseguenza, in caso di sofferenza, di disagio o di malattia la peregrinazione di medico in medico, di specialista in specialista cui rivolgere la richiesta di una risposta chiara al proprio stato, non riuscendo a vedere che la confusione sta nella domanda, nella richiesta posta.

Ciò che conta sta all’esterno. Non sorprende dunque, infine, che il “pensiero” alessitimico sia un pensiero orientato all’esterno. Il parere, il consiglio, la notizia hanno sempre un peso specifico maggiore delle proprie opinioni, rendendo quindi il soggetto un individuo estremamente incline a sviluppare stili relazionali improntati alla dipendenza.

Ma è la dis-regolazione affettiva la grande “disabilità” del soggetto alessitimico ; questa, in realtà, riassume tutte quelle appena elencate. Ciò non implica semplicemente il ridotto controllo delle emozioni ma una relativa e/o assoluta incapacità di tollerare affetti negativi (noia, vuoto, perdita, angoscia, depressione, irritabilità, rabbia) intensi e/o prolungati bilanciandoli con affetti di tono positivo in modo autonomo, ossia senza ricorrere ad oggetti esterni o acting comportamentali (desideri suicidi, automutilazioni, uso di sostanze, somatizzazione, disturbi dell’alimentazione, disorganizzazione comportamentale, ecc).

Il soggetto alessitimico è sostanzialmente scarsamente resiliente, ovvero in grande difficoltà laddove da un evento negativo debba trovare spazio per una prospettiva nuova, positiva. I disturbi della regolazione affettiva si riferiscono quindi a tutte quelle condizioni cliniche in cui l’individuo non è in grado di utilizzare gli affetti come sistemi motivazionali e di informazione in relazione ai propri stati emotivi ed al rapporto con gli altri.

 

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